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SOCIAL NETWORK SENZA AIRBAG

In un periodo storico in cui le relazioni interpersonali e il contatto fisico sono strettamente limitati, gli spazi virtuali sono gli unici – momentaneamente, si spera – a favorire la socializzazione. Ed è proprio qui, molto di più rispetto al passato, che entrano in gioco i “social network”, diventando dei veri e propri “palcoscenici per l’interazione digitale”.

Immagine presa da: https://www.webnet30.com/social-network/

Alla voce «social network», l’“Enciclopedia Treccani Online” riporta questa definizione: «un servizio informatico on line che permette la realizzazione di reti sociali virtuali. Si tratta di siti internet o tecnologie che consentono agli utenti di condividere contenuti testuali, immagini, video e audio e di interagire tra loro». Alcuni tra i più famosi sono senza dubbio “Facebook”, “Twitter”, “Instagram”, “TikTok”, “Vkontakte” con un obiettivo in comune: accedere, tramite la creazione di un profilo e il fornimento di dati personali, ad uno spazio virtuale e condiviso con altre persone. Fin qui niente di male, anzi: sicuramente un’alternativa alla distanza sociale che ci è stata imposta per limitare l’aumento dei contagi. Il vero problema nasce quando, inconsapevoli dei rischi, urtiamo contro i limiti che garantiscono la nostra sicurezza e, ingenuamente, assumiamo degli atteggiamenti che potrebbero rovinare non solo la nostra immagine, ma anche la nostra vita.

Questo accade prevalentemente per due ragioni: la prima riguarda la poca riflessione che impieghiamo quando, attraverso l’iscrizione a queste piattaforme e la pubblicazione di determinati contenuti, diamo il consenso alla trasformazione della nostra vita da “privata” a “pubblica”. La seconda è che, a volte, non siamo abbastanza maturi per saper distinguere cosa è “buono” per noi e cosa non lo è. O peggio: cosa è reale da cosa non lo è. Quest’ultima motivazione, purtroppo, può essere considerata una delle tante cause che sta alla base delle tragedie avvenute in seguito ad alcune challenge che stanno spopolando su queste piattaforme.

“Blue Whale”, “Momo”, “Jonathan Galindo” e Blackout sono solo alcune tra le tante esistenti, create tutte con la stessa struttura: un elenco di sfide via via più difficili e pericolose – una riproduzione moderna delle Dieci Fatiche di Ercole – volte a dimostrare il coraggio e la bravura di chi le porta a termine attraverso la pubblicazione di foto e video su un gruppo “Facebook” privato, su “WhatsApp” o “TikTok”. Purtroppo, a volte, queste sfide sfociano in casi di lesioni gravi o suicidi. Un esempio che ci tocca da vicino potrebbe essere quello della bambina di 10 anni, ritrovata senza vita nel bagno di casa con una corda al collo. La dinamica dei fatti è chiara agli inquirenti: la bambina stava seguendo la “Blackout challenge” che consiste nello stringersi al collo una corda e stringere, fermandosi esattamente un momento prima dell’asfissia.

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[Immagine presa da https://www.centrocambiamenti.it/emozioni-e-social-network/]


Ma cosa porta ragazzi e ragazze a partecipare a queste challenge? Mancanza d’attenzioni? Bisogno di approvazione? Necessità di sentirsi parte attiva di un gruppo? Sicuramente questi sono dei dubbi leciti, questioni che la maggior parte di noi si pone quando veniamo a conoscenza di questi eventi; ma la riflessione da cui dovremmo partire è quella che riguarda il ruolo dei social nella nostra vita. Quanto è fondamentale lo spazio digitale? Quanto e come influiscono le azioni che compiamo su queste piattaforme? Siamo in grado di comprendere che tutto ciò che accade sui social ha delle conseguenze concrete nella vita reale? La nostra vita non è un profilo che può essere rimosso in qualsiasi momento; non siamo un mero elenco di informazioni biografiche e valanghe di fotografie in cui sorridiamo o cerchiamo di essere interessanti per i nostri osservatori. Ognuno di noi è un insieme di valori, emozioni, sogni e debolezze, pregi e difetti, un individuo unico nel suo genere. E forse quando si parla di “sensibilizzazione”, si dovrebbe proprio partire da questo concetto, così tanto importante quanto sottovalutato.

Scritto da

Sono una studentessa al primo anno magistrale di "Lingue e Letterature - Interculturalità e Didattica"; amo viaggiare, il mare, i grandi classici e la musica rock. Ah, dimenticavo: sono una tra le autrici del blog UNYPA!

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